Museo Cittareale – Il restauro di un “cacabus” in bronzo

Il presente articolo è stato pubblicato sul catalogo della mostra “Falacrine le origini di Vespasiano” a cura di Roberta Cascino e Valentino Gasparini – Progetto scientifico Filippo Coarelli – Foto Stefano Benedetti/ArsLabor

Il restauro di un “cacabus” in bronzo di Fabio Sigismondi e J. Marlene Sergio *

Nei ritrovamenti effettuati durante le ultime campagne di scavo, spicca un eterogeneo gruppo di manufatti in metallo, tra cui n. 5 recipienti di media grandezza; il più interessante – una situla bronzea – è stato oggetto di analisi diagnostiche[1], nonché di un intervento di restauro che ne ha restituito alla lettura formale buona parte delle originarie caratteristiche costitutive[2].

CacabusIl manufatto si presenta in forma di contenitore cilindrico con base allargata e orlo superiore rilevato, dotato nella parte superiore di manico semicircolare a doppia ansa agganciato a due occhielli orizzontali desinenti da un cordolo metallico inchiodato per tutta la circonferenza, in prossimità dell’orlo; seppure di forma diversa – le anse del manico presentano sezione circolare mentre il cordolo appare piatto e nastriforme – entrambi risultano essere in ferro, mentre il resto della situla reca una lega in bronzo particolarmente ricca di rame; la fattura è mediocre, e mostra ancora evidenti tracce della lavorazione sulla lamina, battuta con una martellina rotonda, e piegata con l’uso di una mola[3].

CacabusAl momento del restauro le condizioni del manufatto apparivano critiche: il pane di terra interno – misto a detriti bruciati di natura lignea, fittile e metallica – e la condizione stessa dell’oggetto, schiacciato di lato per oltre la metà del volume, denunciavano il coinvolgimento in una sorta di crollo, presumibilmente provocato da un incendio[4]; inoltre lo schiacciamento laterale aveva provocato lo spostamento “a strappare” del cordolo in ferro recante le asole per il manico, che a sua volta – pressato sull’orlo della situla – ne aveva divelto la maggior parte perdendo anch’esso parti della doppia ansa, sicché l’intera circonferenza superiore appariva frammentata e staccata dal corpo cilindrico.  Inoltre, a causa della forte torsione e della compressione subite, il fondo del manufatto era esploso frammentandosi in numerose scaglie metalliche rimaste vicine solo grazie alla natura argillosa del pane di terra, caratteristica favorevole che ha consentito anche la conservazione di una qualche intelligibilità formale del pezzo.

CacabusIl degrado di superficie appariva costituito, oltre che da normali incrostazioni calcaree, da depositi argillosi coerenti e vaste corrosioni da alliganti (spesso solfuri pulverulenti formatisi in ambiente riducente) sedimentati con gli ioni del rame ossidato e con depositi di azzurrite e malachite, queste ultime soprattutto nella parte interna della situla, fortemente interessata da fenomeni di pitting. I prodotti di corrosione, penetrando nella struttura cristallina avevano indebolito il supporto privandolo di ogni malleabilità; inoltre, nella parte interna dell’oggetto si individuavano  ulteriori fenomeni di corrosione confermanti la presenza di ioni cloruro ancora attivi[5].

Infine, sul cordolo di ferro e nelle adiacenze erano visibili patine di ossidazione bruno-giallognole.

Data la situazione, l’intervento di restauro della situla è stato costruito sulla necessità di renderne riconoscibile e apprezzabile l’aspetto archeologico, pur riconoscendo il limite imposto dall’istanza storica del crollo-incendio che ha irreversibilmente alterato la forma dell’oggetto.

In questo senso le operazioni si sono svolte principalmente in tre fasi:

  • Intervento sulla parte esterna, senza rimuovere il pane di terra nell’interno;
  • Intervento nella parte interna, dopo aver messo in sicurezza il manufatto;
  • Intervento sul cordolo in ferro.

CacabusOperazioni eseguite per la parte esterna:

  • Rimozione dei depositi incoerenti (terriccio, incrostazioni morbide) con mezzi meccanici quali bisturi, spazzolini morbidi, ecc.;
  • Rimozione incrostazioni calcaree e del terriccio  inglobati  con ablatore ad ultrasuoni 25Khz;
  • Lavaggio con solventi organici, previo velatura delle scaglie con resina acrilica opportunamente diluita, e velatino in corrispondenza della parte esterna;
  • Incollaggio delle scaglie con resina bicomponente, previo reintegrazione localizzata dei contatti mancanti mediante adesivo miscelato con pigmenti idonei su base di velatino impregnato[6];
  • Rimozione incrostazioni localizzate mediante applicazione di complessante in soluzione satura;
  • Lavaggi in acqua distillata per l’estrazione dei sali solubili e trattamento per la stabilizzazione degli ioni;
  • Asciugatura mediante lampada ad infrarosso;
  • Applicazione di uno strato di protettivo.

Operazioni eseguite per la parte interna:

  • Rimozione pane di terra con bisturi, spatoline e spazzole rotanti;
  • Rimozione incrostazioni calcaree e terrose con ablatore ad ultrasuoni 25Khz;
  • Lavaggio con solventi organici previa velatura delle scaglie a rischio con resina acrilica, e velatino in corrispondenza della parte esterna;
  • Incollaggio delle scaglie con resina bi componente, previo reintegrazione localizzata dei contatti mancanti mediante adesivo miscelato con pigmenti idonei su base di velatino impregnato;
  • Rimozione incrostazioni localizzate mediante applicazione di complessante in soluzione satura;
  • Lavaggi in acqua distillata per l’estrazione dei sali solubili e trattamento per la stabilizzazione degli ioni;
  • Asciugatura mediante lampada ad infrarosso;
  • Applicazione di uno strato di protettivo

CacabusInterventi di restauro sul cordolo in ferro

I frammenti metallici del cordolo e del manico della situla apparivano fortemente degradati e deformati; l’argilla che li ricopriva e soprattutto gli inclusi (piccoli detriti calcarei) erano stati in più punti assorbiti nei vacuoli prodotti dai processi di ossidazione del ferro; scaglie e fessure rendevano irrecuperabili le parti più sottili, inoltre il processo di corrosione ancora attivo aveva contribuito alla formazione di concrezioni ferrose e crateri stratificati, molto tenaci ed efflorescenti. Onde evitare ulteriori processi di ossidazione, durante le operazioni di pulitura meccanica i frammenti sono stati protetti con immersione in solventi organici apolari fino al trattamento anticorrosivo.

Operazioni eseguite:

  • Lavaggio in solventi organici;
  • Pulitura e rimozione meccanica dei depositi e delle incrostazioni;
  • Rimozione scaglie ferrose e degli inclusi calcarei con ablatore ad ultrasuoni 25Khz;
  • Trattamento di conversione ruggini;
  • Lavaggio con acqua distillata;
  • Rimozione di alcune concrezioni ferrose con micro sabbiatrice e ossido di alluminio bianco;
  • Applicazione di protettivo;
  • Incollaggio delle parti con adesivo epossidico previa reintegrazione delle parti strutturalmente e rischio con resina e polvere di ferro;
  • Applicazione di uno strato protettivo a base di cera.

In fase di finitura, si è proceduto con la rimozione del velatino – applicato su tutto il reperto – eseguita con solvente idoneo, nonché il trattamento finale delle superfici con la consueta stabilizzazione degli ioni solfuro.

A conclusione delle operazioni, sono stati applicati due strati di cera microcristallina secondo una modalità già testata per evitare il fastidioso effetto “Patchwork”[7].


* La società ARS LABOR RESTAURO, qui rappresentata da chi scrive, intende ringraziare il Prof. Filippo Coarelli  e la D.ssa Helen Patterson per il vivo interesse mostrato verso il nostro lavoro, e per lo spazio concessoci in questo catalogo, nonché la D.L., nella persona della D.ssa Giovanna Alvino (Soprintendenza Archeologica del Lazio), per le preziosissime indicazioni fornite. Un sincero grazie va anche all’Arch. Laura Romagnoli, curatrice degli allestimenti museali, per la simpatia e l’amichevole collaborazione, e alle D.sse Roberta Cascino e Cinzia Filippone per la presenza e l’aiuto prestatoci. Un pensiero grato, infine, alla memoria di Sergio Angelucci, indimenticato maestro.

[1] Le analisi diagnostiche EDXRF (fluorescenza X non distruttiva) sono state condotte dal Prof. Stefano Ridolfi, titolare della società ARS MENSURAE, e dalla sua assistente D.ssa Ilaria Carocci, che fraternamente ringraziamo.

[2] Le operazioni di restauro sono state condotte presso i laboratori della società ARS LABOR RESTAURO di Roma, coordinate dal Prof. Fabio Sigismondi, ed eseguite dalla restauratrice D.ssa J. Marlene Sergio con l’aiuto della assistente al restauro Sig. Alessandra Maimone; la documentazione foto/grafica è stata eseguita dal Sig. Stefano Benedetti

[3] Circa la lega in bronzo costitutiva del manufatto, le analisi diagnostiche hanno rivelato un’alta percentuale di rame con basse partecipazioni di stagno e piombo; tuttavia la presenza di quest’ultimo – introdotto dalla metallurgia romana tra I e II sec. d.C. – potrebbe rivelarsi utile come elemento datante (cfr. C. GIARDINO, I metalli nel mondo antico, Bari 2002, pp. 23-25; G. LUIGI CARANCINI – R. PERONI, L’età del bronzo in Italia: per una cronologia della produzione metallurgica, Perugia, 1999, pp. 47-51)

[4] Lo “scavo” del pane di terra ha rivelato cospicue presenze di materiale bruciato (legno, argilla concotta), nonché un grosso frammento di piombo fuso (forse i resti di un mestolo utilizzato nella situla, oppure qualcosa di pertinente ai solai, caduto nel contenitore).

[5] M. MARABELLI, Conservazione e restauro dei metalli d’arte, Roma, 1995,  pag. 35-36, 39, 59-60.

[6] T. SANTE GUIDO – G. MANTELLA, “Un bronzo dell’Algardi a Malta: il busto del Cristo Salvatore” in KERMES, 54 (XVII), 2004, pp. 23-34; in part. p. 33.

[7] I. REINDELL, “La Madonna di Costanza (Die Mariensäule) e il S. Pietro sulla Colonna Traiana: due casi emblematici di manutenzione e non manutenzione” AA.VV. Monumenti in bronzo all’aperto, a cura di P. Letardi, I. Trentin, G. Cutugno, Firenze 2004, pp. 177-184.